domenica 20 settembre 2020

 Prova audio mp3

Lillo e Greg

DNA

Prova di mp3

 



Ascolta

domenica 26 luglio 2020



L’uomo dell’urlo



1974: l’incontro

A dieci anni hai il mondo in tasca
e nessun pensiero.

…a cosa servono i palloni
incastrati sotto le marmitte
a ricordare quando fuori
si giocava fra le 127…
(Samuele Bersani, Che vita)

1.
Il sole, in quel pomeriggio, stava tramontando sul campetto pieno di polvere e di zolle di terra, affacciato sui palazzi di nuova costruzione, di via Ippolito Rosellini.

Avevamo messo tutto il nostro impegno di bambini e ragazzini, e quello di alcuni genitori, nel costruire quel campetto.
Un’area adiacente alla Facoltà di Veterinaria di Pisa, brulla ma messa a disposizione dal Comune, probabilmente con l’intercessione di qualche adulto: ruspe che spianavano, uomini che ripulivano, e poi gesso, porte, sudore, corse ed entusiasmo di bambini innamorati di Bud Spencer e Terence Hill, e dei tanti idoli calcistici di quell’anno.
Eravamo orgogliosissimi: finalmente potevamo giocare a pallone, con una vera sfera di cuoio, senza dover stare attenti alle automobili che passavano continuamente nella nostra strada, al pallone che finiva sotto quelle parcheggiate, e in quei casi, dovevamo sdraiarci in mezzo a tubi di scappamento e carrozzerie d’auto per recuperarlo.
Pomeriggi interi a giocare a pallone e a ripassare col gesso, il segno delle porte che avevamo disegnate sui muri.

Spesso, in questi frangenti, quando si trattava di stabilire se una palla fosse entrata in rete o meno, venivo interpellato io, che fossi di una o dell’altra squadra: “Franceschino, è gol?” e io rispondevo sì o no, anche se la cosa andava contro gli interessi della mia squadra… Ero Franceschino, perché esisteva un altro ragazzino, che aveva il mio nome, pestifero e più grande di me.
Io arrivavo dopo.

Dopo.
Come quando si facevano le squadre a pari o dispari, e i due capitani (i bambini più forti, solitamente) sceglievano a turno i propri compagni di squadra.
Anche lì arrivavo dopo.
Nel senso che mi sceglievano per ultimo.
2.
Ecco: mentre il sole, stava tramontando su quel campetto, io ero solo.
Cercavo di palleggiare con la mia nuova sfera di cuoio giallo ocra, regalatomi dai miei genitori o da qualche parente, per il Natale di quell’anno.
Lì potevo sfogarmi e fare le mie telecronache fantasiose.
Non era una strada, era un campo “vero”…
Potevo essere Pietro Anastasi, Francesco Morini (anche lui pisano e bianconero), Luciano Spinosi o, all’occorrenza, il portiere Dino Zoff.
Ero riuscito addirittura a vincere, con i Kinder Brioss, una giornata da trascorrere col mio campione preferito e avevo scelto proprio Dino Zoff!
Un giorno mi arrivò una lettera a casa, dalla Juventus o dalla Kinder, non ricordo, in cui c’era scritto che Zoff non poteva venire, e che avrebbero ripiegato su Sandro Salvadore, libero, ex capitano della Juventus, sul finire di carriera, che avrebbe lasciato il posto, la stagione successiva, ad un promettente libero moderno: Gaetano Scirea.
Non arrivarono mai né Zoff, né Salvadore, né nessun altro.

Mentre ero in procinto di tornare a casa, con mia mamma che mi aspettava per cena, si fermò un uomo davanti a me: capelli lunghi, un bellissimo sorriso, sembrava ai miei occhi un eroe classico, una specie di Capitan Harlock, avrei detto, anche se quel personaggio sarebbe comparso sulle televisioni di noi bambini, qualche anno dopo.

Quell’uomo, che non conoscevo, era il fratello di un mio vicino di casa, che abitava, come me, in via Agnelli. Anche la nostra squadra si chiamava “Via Agnelli” e, nella partita di inaugurazione del campetto, perdemmo 16-0!
Ecco: quell’uomo mi regalò un paio di calzettoni veri, da giocatore importante: di quelli che in fondo sono bucati, e che erano troppo grandi per un bambino.
Tornai a casa felice.

Feci mettere in lavatrice da mia madre quei calzettoni strani, non ne avevo mai visti prima, e li conservai. Erano bianchi e azzurri, come le magliette della nostra squadra di strada.

Capii qualche anno dopo che venivano dal Como, che quel signore giocava a pallone per davvero, che quello era il suo lavoro. Aveva frequentato l’oratorio della Parrocchia di Sant'Jacopo in Orticaria, in via San Michele degli Scalzi, condotto dai padri Oblati Lanteriani, dove anche io avevo giocato qualche volta.


Personalmente, lo avevo visto correre come un ossesso in un Pisa-Torres, 1-1, al quale mi aveva portato mio zio Piero, con i miei cugini Carlo e Nicola, ma non sapevo, in quel pomeriggio che fosse la stessa persona che avevo davanti adesso.
C’è da dire che zio Piero, una gran bella persona e, a quel tempo, anche nostro medico di famiglia, consorte di Luciana, mia zia, era stato anche il primo ad avermi regalato un bellissimo libro “I Racconti del calcio” nel quale, penne quali - se ricordo bene - Giovanni Arpino e Gianni Brera, avevano tratteggiato l’epica del calcio in una maniera, per un decenne qual ero, impregnante, formativa, oserei dire.
Era un libro bellissimo, oggi forse introvabile.

3.
Ma torniamo a quell’uomo.
Quel giocatore professionista dal Pisa, la squadra del mio cuore, si era trasferito, in quella stagione calcistica, al Como, e nell’anno successivo, avrebbe giocato proprio accanto a Zoff nella Juventus e, per molti anni, a tanti altri campioni.

Quello è l’uomo dell’urlo dell’82, famoso quasi come quello di Edvard Munch.
È Marco Tardelli.